Se I servi diventano padroni senza smettere di fare i servi, ovvero della Questione morale

Roberta De’ Monticelli, La questione morale, Raffaello Cortina Editore


25 Settembre 2011 | di Gianluigi Dotti

Se I servi diventano padroni senza smettere di fare i servi, ovvero della Questione morale Non è impresa facile commentare l’interessante testo di Roberta De Monticelli La questione morale [1], per la densità dei contenuti e delle argomentazioni che la filosofa utilizza al fine di svelare ciò che ancora, ingenuamente o colpevolmente, sfugge alla maggioranza degli italiani: “la profondità di significato della questione morale”, nonostante questa sia di un’evidenza, si potrebbe dire, lapalissiana.[2]
 
Nell’impossibilità di rendere conto di tutti i ragionamenti che l’autrice, dopo la Premessa, sviluppa nelle tre parti in cui è diviso il libro: Male nostrum, Lo scetticismo etico, Tornare a respirare, in una recensione, mi limiterò a segnalarne alcuni tra i molti.
Con la citazione/dedica iniziale,nella quale Giorgio Ambrosoli, l’uomo giusto, riguardo all’educazione dei figli si augura che “Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi[3], la filosofa presentala riflessionesulla responsabilità individuale che occupail primo capitolo. Qui, infatti,confrontandoil pensiero di Guicciardini e di Leopardi viene analizzato il carattere degli italiani, spiegando la sostanziale differenza tra “l’uomo libero e il servo”, tra “responsabilità individuale”e “interesse ‹‹particulare››”.[4]
 
In questo contesto emerge la dolorosa e documentata consapevolezza che oggi il carattere degli italiani, il “comune sentire”,è diventato la“comune volontà di partecipare al privilegio ‹‹particulare››”. Volontà di partecipazione che non migliora né il bene comune né la democrazia perché gli strumenti scelti sono i“mezzi da sempre propri dei sudditi, ovvero dello stato di servitù politica”, cioè“i mezzi servili più antichi dello scambio di favori, della raccomandazione, del ricatto, della protezione familistica o mafiosa”.E non quelli dei cittadini “soggetti di una società civile in cui come ci insegnavano a scuola ‹‹lo Stato siamo noi››.”Proprio nel periodo in cui assistiamo all’apoteosi parolaia della meritocrazia la filosofa ci ricorda che i mezzi dei servi sono “opposti a quelli della competizione leale e del merito specifico in presenza di regole”[5]. La conclusione è lapidaria: “le arti della servitù non si mettono affatto in opera per difendersi dal potere, ma per parteciparvi. I servi diventano padroni senza smettere di fare i servi”[6].
 
Nel secondo capitolo, la De Monticelli affronta le cause della questione morale e dimostra come la ragione sia stata ridotta a strumento tecnico, “perdendo così di vista la ragione come filosofia”, cioè come l’aveva utilizzata Socrate: “come abitudine a chiedere perché? ... E come disponibilità a rendere ragione (logondidonai) a cercare giustificazione”.[7] Così abbandonata la lezione socratica prevalgono il relativismo e lo scetticismo etico, l’idea cioè che “in materia di valore non ci sia un modo in cui le cose stanno, indipendentemente da quello che noi crediamo o sappiamo”[8], idea che Chiesa e sinistra condividono.
 
Nell’ultimo capitolo troviamo la proposta della filosofa per rovesciare questa condizione e porre la basi per affrontare la questione morale, condensata nelle risposte alle domande: “E’ possibile una fondazione razionale del pensiero pratico nell’epoca della pluralità degli ordini valoriali, quindi delle identità morali e ideali delle persone e delle comunità? E’ possibile una ragione pratica in un mondo plurale? E come è possibile? Dove va a finire la ‹‹questione di vita o di morte›› implicita in ogni scelta seria? Dove va a finire allora l’identità delle persone definita per ciascuno dalle sue priorità di valore?”[9]
 
Tra i percorsi di ricerca che la lettura di questo testo sollecita sarebbe interessante approfondire il ruolo degli insegnanti e della scuola nella questione morale. C’è una responsabilità individuale e/o collettiva della funzione docente, dalla scuola di base all’università, nella diffusione di quella mentalità di servi di cui tratta la De Monticelli? C’è stato in questi anni “un tradimento della funzione docente”?[10]Cosa si può fare per tornare a quello che,ancora e costituzionalmente, è il mandato sociale degli insegnanti, cioè insegnare“il senso critico e la capacità di formulare e fondare giudizi eticamente corretti” come“parte essenziale dell’educazione morale dei ragazzi”?[11]Interrogativi aperti per tutti noi insegnanti.
 
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[1] Roberta DE MONTICELLI, La questione morale. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2010, 186 p. (E. 14,00).
[2] R. DE MONTICELLI, cit. pp. 11-12.Terrificanti sono le pagine nelle quali l’autrice descrive l’Italia di oggi:“Corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile e politica. La pratica endemica degli scambi di favori, a tutti i livelli: cariche pubbliche a figli e amanti, lo scambio di carriere politiche contro favori privati, i concorsi pubblici (quelli universitari per esempio) decisi sulla base di accordi fra gruppi di pressione o cordate –quando non addirittura di parentele– e non su quelle del merito, lo sfruttamento di risorse pubbliche a vantaggio di interessi privati, il familismo, il clientelismo, le caste, la diffusa mafiosità dei comportamenti, ..., la perdita stessa del senso delle istituzioni da parte di governanti. La discesa in campo politico dell’interesse affaristico che si fa partito e prostituisce il nome di ‹‹libertà›› a indicare il disprezzo di ogni regola che possa frenare o limitare la libido di ‹‹un potere enorme›› – letteralmente e-norme, sottratto a ogni norma di civiltà e diritto.”
[3] G. AMBROSOLI, dalla Lettera alla moglie Annalori, 1975.
[4] R. DE MONTICELLI, cit. p. 38.
[5] Idem, p. 50.
[6] Idem, p. 47.
[7] Idem, pp. 85-86.
[8] Idem, p. 119.
[9] Idem, p. 151.
[10] Si veda anche il commento di Fortunato Aprile in http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/12/questione-morale-vito-mancuso/comment-page-1/ del 28/12/2010 .
[11] R. DE MONTICELLI, cit. p. 92.
 
 


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